Folia archeologica 3-4.

Szabó Kálmán: Ásatási segédeszközök

BIBLIOGRAPHIÀ 305 és formáit vélte több-kevesebb joggal megtalálni. Helye­sen ismeri fel evvel kapcsolatban B. a népi terjesztő­elem alárendelt jelentőségét, de a terjedés útjára, kap­csolataira rámutatni mégis tanulságos lett volna. És ha a feliratos anyag mellett a szűkebb értelemben vett archaeológiai anyagot is jobban figyelembe vette volna, a keleti, így egyiptomi misztériumok mélyebb, a helyi adottságokkal egybefüggőbb meggyökeresedésére is rá­Budapest mutathatott volna és az általa ezeknél nálunk mindig meg nem talált mágikus-misztikus megjelenésre is. Lé­nyegtelen azonban az a hiba, hogy a folyamisten fejét ábrázoló emléket, — mint sokan mások is — Juppiter­Ámmonnak tulajdonítja. Azt pedig valószínűleg B. is igen jól tudja, hogy a phallikus-komikus halálszimbolika nem szükségszerűen kelta jellegű, hanem messze vissza­nyúlik a legmélyebb görög és itáliai tradíciókba. DOBROVITS ALADÁR Angelo Brelich, LA RELIGIOSITÀ DI AQUINCUM Laureae Aquincenses Memoriae Valentini Kuszinszky Dicatae, Dissertationes Pannonicae Ser. II. Fase. 10. pp. 20—142. Sono rare le sintesi nella latteratura archeologica ungherese.. Non si fece quasi nulla in quanto alla reli­gione dei romani in Pannónia, salvo il tentativo del Récsey; il materiale non fu che raggruppato secondo punti di vista esteriori, interno al culto di una, o l'altra divinità, per lo più orientale, strappandolo dalla sua connessione. Si dava poco pensiero alle circostanze speciali religiose della popolazione, al carattere della provincia. L'A. si accosta al materiale dal di dentro e consi­dera l'evoluzione quale problema secondario, che viene solo dopo il riconoscimento dell'essenza. Per lui la solo dopo la conoscenza dell'essenza. Per lui lo studio dei monumenti religiosi di Aquincum non è che un mezzo per giungere, dal materiale immediatamente sen­sibile, al rivivere dell'aspetto del mondo antico. E un modo nuovo, però giusto, di presentare il problema di riconoscere, dai monumenti di una città sola, il mondo religioso dell'uomo antico. La polis era la cornice della vita greca, l'Impero Romano spuntò da tale cornice e si costruì intorno a tale ossatura. Si sente, nell'Impero, sino alla fine, il contrasto tra la città di fondazione straniera e la regione locale. Anche l'A. si basa su questa duplicità. Cerca i dati trovati colà, dai romani, accenna ai punti di vista della fondazione di città romana ed al fatto che lo spirito romano si avvicinò, a cuore aperto, alla religiosità speciale del luogo. Secondo lui l'essenza dell' interpretatio romana è che il romano denomina i vecchi dei nella sua propria lingua, col nome dei suoi propri dei corrispondenti,, d'altra parte il barbaro, che accetta la cultura romana, esprime questi dei, come anche i suoi pensieri, in lingua latina, col nome e colla forma degli dei romani, rico­noscendo la forma romana come identica in sostanza, ma più perfetta. Questa spiegazione è la parte più risaltante dell'opera. L'A. accenna poi ai dati religiosi degli aborigeni illirici e celtici. L'A. tratta, nel primo capitolo della sua opera, delle divinità del luogo. Dietro all'importanza spropor­zionata di Silvano, ben conosciuto anche in Italia, scopre un dio illirico, affine a Pan, le cui compagne sono le Silvane, parenti delle Nimfe e delle Matrone. Il sua mondo si stende su tutti i rapporti dell'esistenza e della non-esistenza, non è però spirituale; ha molti fedeli anche tra le classi sociali più bässe, trascinate qui peri via della conquista. Appare spesso, insieme a lui, Diana, non da'Artemis classica, ma da Pof.nia Theron, parente di Nemesi. Le Matrone, la rustica Epona e finalmente il simbolismo di morte fallico-comico menano questa religiosità di radice illirica a quella dei celti. La reli? giosità di carattere celtico si manifesta il più nel cultq di Volcano-Sedato, esprimente la forza ctonica operante; la divinità fluviale Danuvio, anzicché Nettuno e Terra Mater sono d'importanza puramente locale. Il capitolo II, scritto brillantemente, tratta degli dei della città e dello Stato. Il modello è l'Urbs, Dea Roma, la cornice è il culto della provincia, il centro è la triade capitolina. Ognuno che sta in qualche rela­zione colla città, çollo Stato, dal legato fino ai sol­dáti, ma anche i barbari pieni del pensiero dell'Im­pero, anche nelle loro faccende più personali — ognuno è portatore di questra religiosità. Essere soldato è una forma di vita; la milizia ne fa un culto; il patrio Marte è che esprime questo, nell'Aquincum sempre minacciato, anzi che Fortuna, Vittoria e Pace. Questa religiosità rappresenta il dualismo, caratteristico dell'E­poca imperiale, che viene percepito, nella lotta dell'Im­pero coi barbari, della luce coll'ombra, della vita colla morte. Depositario della vittoria è l'Imperatore, di cui felicità è una con quella dell'Impero. I soldati assumono, anche d'iniziativa privata, il culto dell'Impe­ratore; gli Augustali, spesso reclutati tra i liberti, man­ten gono viva la dedizione della città all'idea imperiale. I pan,i e le focaccie (crustulum et mulsum), distribuiti in occasione delle feste imperiali, evocano la simbolica dell'età aurea di queste feste; le figurazioni di questi pani e di queste focaccie, rappresentano spesso trionfi imperiali, accanto alla pienezza erotica dionisiaca. L'A. tratta, nel capitolo III, la religiosità della vita quotidiana. Essa è in seguito all'influsso livellante dell'Impero, la meno particolare, ma, ciò nondimeno, è caratteristico il respingimento di Venere, di Apollo e di Mercurio. In quest'atmosfera retta da Marte, — Fortuna e Nemesi sono famigliari e, ciò non solo nella casa del combattimento a vita e a morte, nell'Amfi­teatro. La regione del Danubio è piena del culto di Nemesi, affine qui a Diana; ci si trova anche Asclepio e Telesforo. Dioniso scioglie l'antitesi di vita e morte, simbolizzata da queste divinità. L'Occidente lo conosce appena, l'Oriente ne è pieno. Il simbolismo sepolcrale bacchico il quale è a casa anche in Pannónia, trasforma la morte""in una totalità di vita ebra: il pensiero di­onisiaco prende qui il luogo del seppelimento a carro. Liber, qui più terrestre, esprime anche il desidero dell'e­20

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