Folia archeologica 3-4.

Szabó Kálmán: Ásatási segédeszközök

306 BIBLIOGRAPHIA tà imperiale di arrivare dalla forma all'illimitato; l'Impero è piuttosto ostile a questo culto, i cui porta­tori di solito non sono, i suoi servi. Il culto di collegio, che servì Cerere, attinge da simile terreno. Il prevalere del pensiero della morte ed il ruolo dei collegi carat­terizzano questi tempi. Anche le comunità delle occu­pazioni sono religiose, perché, per l'uomo antico anche il mestiere è una funzione religiosa. Anche il culto dei morti spetta ai collegi; le loro feste sono dei con­viti che avvicinano agli dei bejati. I collegi nazionali significano una delle vie della diffusione degli dei stranieri (Dea Syria). Gli dei antichi sono forme precise, sono realtà. L'uomo del periodo antico tardivo però, che ha perso la sua distanza rispetto al mondo, riconosce in loro piuttosto il comune elemento divino; queto viene e­spresso nell'uniformità del culto, nella fusione degli dei, nel panteismo. Per questo possono diffondersi i culti delle divinità orientali, anche indipendentemente dei rappresentanti delle varie razze. Baal di Doliche, identi­ficato con Giove, conserva ancora le sue apparenze, la sua cornice astrale, ma rimane, in opposizione allo spi­rito romano, un'individualità indipendente. Un'iscri­zione di Csév eretta da un legato a Sarapide, identi­ficato con numerosi dei, illustra efficacemente lo sool­gimento ora abbozzato. La polarità della vita e della morte fu anche il fondamento dei misteri classici. L'iniziato arriva, coll'ab­bandonare dell'esistenza individuale, attraverso alla morte, alla pienezza della vita. Questo degenera final­mente nel caso di Kybele, nel sacrificio tragico dell'in­dividuo stesso. Il capitolo IV dell'opera tratta della religiosità di mistero d'iniziazione, uscente, secondo l'A., dalle cornici antiche. Qui non si parla più dell'identità della vita e della religiosità. Non possiamo conoscere la reli­gione di Mitra nei suoi miti; essi furono incomprensibili anche per l'uomo antico non iniziato; a questo rimedia l'iniziazione, rivelante la dottrina occulta. Secondo la testimonianza dei santuari, il culto di Mitra era un mistero anche in Aquincum. Ma il politeismo rimane, anche per il devoto di Mitra, realtà, il santuario di grotta è il cosmos ed anche il mito di Mitra è cosmico, il suo culto è di carattere trionfale; diventa, come Deus Invictus, il dio della milizia e viene in contatto coll'Imperatore. La religione, caratteristica alla regione del Danubio inferiore e medio, del «cavalliere danu­biano», può contenere dei pensieri simili. L'A. si ricorda del cristianesimo, come antitesi acuta del politeismo, accentuando il carattere trionfale di questo, affine alla mentalità dell'epoca tardiva dell'antichità. L'A. ci dà, con grande abilità letteraria, non una secca enumerazione di documenti, ma un insieme impres­sionante e chiaro, legato, da una costruzione conscia, in una cornice unita. Questo quadro ci avvicina più alla vita di Aquincum antico che qualunque altra opera anteriore, ma ciò nondimeno ci occorre fare la domanda, in quale grado questo quadro fosse fedele, cosi nel suo insieme, come nei suoi particolari. Sarebbe indubita­tamente possibile di combattere, forse anche di distrug­gere parecchie sue, particolarità, sarebbe però ancora più difficile di sostituirvi qualche cosa di conveniente. Perciò ci limitiamo a dare alcune osservazioni d'import­anza principiale. Lo scopo dell'A. è di farci conoscere la vita antica, attraverso la vita di Aquincum. In verità ne fa il con­trario. Non costruisce il quadro dall'elaborazione, dal paragone dei monumenti di Aquincum, ma proietta in­vece il quadro, costruito in generale giustamente, della religiosità antica, sul materiale di Aquincum ed inter­cala quel materiale qua e là, quasi da conferma. Cosi la sua opera, sebbene attraente, non fa sempre, al lettore critico, un effetto convincente. La sua fonda­tezza non sembra, nonostante il grande apparato, sempre ferma. Vediamo ciò per esempio nel caso della religio­sità del paesaggio. E possibile che, dietro a Silvano, si nascondi una divinità illirica, ma non riesce all'A. di provarlo: non c'è, nell'aspetto, nella denominazione del dio, nulla di esclusivamente locale. Si potrebbe forse spiegare la sua popolarità solo col «carattere Silvanico» del paessagio, giacché anche l'A. ammette che, tra le Provincie dell'Impero, la Pannónia fosse quella, la cui religiosità mostra il meno dei colori locali primitivi. Accanto all'abbozzamento della religiosità celtica ed illi­rica ed alla determinazione de la forma di vita Marziale e Bacchica ecc., qualche statistica delle scoporte, qualche confronto avrebbero reso più plastica la dimostrazione dei colori locali. L'A. fa poco percepire la situazione della religiosità di Aquincum, dentro la nostra pro­vincia, giacché apparisce, anche a coloro che poco cono­scono il materiale, la differenza tra la religiosità di questa città e p. e. tra quella di Pentele, di quella dell'interno della provincia, e di quella delle città dei confini meridionali ed occidentali. Anche qui l'enume­razione più esatta delle scoperte, la cartografia, avreb­bero giovato molto. Ma questo compito avrebbe forse trapassato il limite assunto volontariamente dall'A. Più triste è la mancanza della cronologia. È un difetto frequente di dimenticarsi dell'essenza, quando si cerca l'evoluzione, ma è un'impresa un poco audace di costruire il quadro della vita religiosa, proiettando quasi su uno stesso piano i monumenti religiosi di tre secoli. E pro­babile che le grandi differenze tra la religiosità del secondo, terzo e quarto secolo fossero percettibili anche qui, in Pannónia. È vero poi che la determinazione cronologica dei monumenti sia difficile, anzi talvolta impossibile. Non ripara a questo difetto neanche il fatto che l'A. interpreta certi fenomeni, per esempio i misteri, come conseguenza della religiosità del tardo periodo antico. Ha del resto poco senso per queste cose. Le considera come fenomeni periferiali che stanno all'infuori della vita antica e non vi riconosce il grande fenomeno accompagnatore e complementare della religiosità an­tica, Perché i misteri caratterizzano in prima linea non l'epoca, ma la divinità che ci viene onorata e non c'è antitesi tra la religiosità antica della vita, piena di con­templazione mitica e tra la religiosità dei misteri: que­st'ultima è appunto la totalità mitica della vita. La segre­tezza del mistero non è il ritirarsi dalla vita e dalla contemplazione mitica, l'iniziamento non è necessariamente un insagnamento segreto. Molti hanno già accennato, attraverso il Lobeck l'Anrich ed il Dibelius al fatto che la cognizione di misteri non è una cognizione di più, o di altro, ma solo una cognizione più intensa: l'iniziazione non è una comunicazione, ma un trasvivere. I misteri, come neanche quelli di Mitra, non sono da giudicare

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