Folia Theologica 18. (2007)

Géza Kuminetz: Il peccato e la riconciliazione nella teologia di Sándor Horváth O.P.

136 G. KUMINETZ nella natura non conosce il fine ultimo, ovvero non gli viene dato. L'uomo è capace di attaccarsi a fini intermediari usando le proprie forze e nel proporle puô realizzare alcuni aspetti della forza di spiri- to. Ma da un altro punto di vista puô produrre una demoralizzazio- ne dell'anima. Quindi un carattere completo lo si puo trovare dove le forze di spirito sono ancorate nel Bene supremo e la vitalità è a somiglianza di esso".7 A causa dei peccato, nello spirito, una forza centrale si atrofizza e a causa di essa si rovina il carattere. Questo sta a significare che le diver­se forze interiori incominciano a vivere ognuna secondo la propria legge. Una e Faltra cercano di portare l'anima in direzioni opposte o ancor più, cercano di lottare una contro Faltra, facendo soffrire Fanima, Faltra persona o tutta la società. L'ofuscamento dell'intelletto porta come conseguenza l'ignoranza di cose importanti e il giudizio errato delle cose. Da errore puo scaturire solo errore, e quindi un qua­dro errato sulla visione dei mondo. Dato ehe nell'anima non è presen­te un unità di valore regolabile, ed essendo attacati ad una visione er­rata del mondo, l'anima non si attacca alla realtà dei fatti, ma solo ad una realtà immaginaria. Naturalmente a quanto detto, bisogna ag- giungere ehe vi è presente la vita delle sensazioni che ha una forza re- troattiva ehe puô portare ad una cecità dell'intelletto.8 Per quanto ri­7 Cfr. HORVATH, S. A bűnszenny [L’orribilità dei peccato], in Theologia 11 (1944), pp. 210-214. 8 La più grande catostofe sarebbe la perdita della padronanza suile sensazioni da parte dell’intelletto e i dati non sarebbero capaci di giudicare secondo de­terminati parametri. L’uomo cade in questo stato quando Fintelletto si appana e lo spirito non vuole accettare le verità sopranaturali. Niente di tutto quanto è sicuro quanto la perdita dello stato di grazia. Lo spirito non apprende le doti sopranaturali e del puro intelletto, ma si immerge nel mondo delle sensazioni e apprende quello che in quel momento gli dona il mondo delle sensazioni e lascia ehe prendano il sopravvento quei punti di vista sul mondo e sulla vita. In questa spiritualità dobbiamo cercare la radice della viltà, ovvero l’orribilità dei peccato. Nel momento in cui la capacità dell’anima si interrompe di fronte alle cose sopranaturali e si immerge nell’amore delle cose subalterne, nasce un sentimento rozzo. La paura per la perdita temporanea delle cose, la vi- gliaccheria è compreso in tutto e per tutto per non perdere alcuna cosa. Con queste linee si puô definire la piccolezza della spiritualità peccaminosa. La cima della mancanza di carattere dobbiamo ricercarla nel rapporto tra Dio e il peccatore. Il peccatore è colui che ha paura di fronte ad ogni potere e da un punto di vista umano è visto come schiavo, e sottomette senza pregiudizio Dio. Dando forza alla sua codardia rifiuta l’obbedienza. In questo si mostra la forma d’insensatezza (insipientia) del peccato. Isipientia è il contrario di sa-

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