Mitteilungen des Österreichischen Staatsarchivs 29. (1976)
COVA, Ugo: Trieste e la guerra di corsa nel secolo XVIII
Trieste e la guerra di corsa 151 la quale da secoli era sotto la sovranitá veneziana. I corsari, a seconda ehe le prede fossero austro-toscane, oppure francesi, si servivano alter- nativamente di una o dell’altra patente di corsa (prussiana o inglese) di cui erano in possesso, inalberando per lo piü bandiera di Stati amici o neutrali per avvicinare senza difficoltá le vittime prescelte. Come spesso accadeva nella guerra di corsa, le regole di diritto inter- nazionale ehe la disciplinavano non erano osservate puntualmente dai predatori, con l’appoggio in ciö dei consoli britannici24) e nonostante la scrupolosa attenzione déllé autoritá venete déllé Isole ionie di mantenere la piü stretta neutralitá nel contrasto di interessi fra sudditi di Stati coi quali la Repubblica intratteneva amichevoli relazioni. L’imbarazzo di Venezia era palese nel tentativo di mantenere l’equidistanza fra i contendenti che sui suo territorio e presso le sue autoritá cercavano di far valere le proprie ragioni. II provveditore generale da mar Francesco Grimani nel ribadire l’amicizia e l’imparzialitá di Venezia verso tutti, ricordava inoltre „che gl’armatori... non devono prolungar stazio nei porti veneti, öltre il necessario bisogno di farvi qualche provisione e molto menő tradurvi le prede loro, volontä essendo dell’eccellentissimo Senate, che non vi si permetta ne il loro sbarco, ne il loro trafico“ 25). Di fatto invece le navi catturate dagli Anglo-prussiani, nonostante ehe i consoli britannici le considerassero buone prede, languivano da mesi nei porti veneti dello Ionio in attesa di un giudizio sulla legittimitá della préda che doveva giungere dalia lontana Prussia. Nel frattempo, per impedire la vendita déllé merci predate, esse erano state inventariate e depositate in dei magazzini sorvegliati, una chiave dei quali era tenuta dall’autoritä veneta locale, mentre un’altra era in possesso del console britannico e una terza di quello imperiale. Di piü Venezia non voleva fare, per non esporsi a rappresaglie dell’una o dell’altra parte, in cui sarebbe incappata procedendo ad un giudizio sulla legittimitá delle prede. Questo atteggiamento, basato sulla secolare opposizione veneziana a qualsiasi genere di pirateria, era inoltre il frutto di una collaudata politica di equidistanza nello scacchiere europeo e mediterraneo che caratte- rizzö la vita della Repubblica durante gli ultimi decenni della sua esistenza, mettendone a nudo la costituzionale debolezza in una situazione di crescente isolazionismo. III In seguito al verificarsi dei primi episodi di guerra corsara ai danni dei naviglio mercantile toscano e austriaco, la corte di Vienna volle correre 24 25 24) Il carico di cereali della polacca „La Madonna del Carmine e Santa Teresa“ era stato venduto clandestinamente a vilissimo prezzo, senza ehe avesse avuto luogo alcun giudizio sulla legittimitá della préda. Ibidem föl. 162'’. 25) Ibidem fol. 114.