Tátrai Vilmos szerk.: A Szépművészeti Múzeum közleményei 90-91.(Budapest, 1999)

TÁTRAI, VILMOS: Un' Assunzione della Vergine di Jacopo Ligozzi

Maria e gli angeli e i cherubini che la circondano occupano la parte più grande dello spazio pittorico con il carattere definitivo da icona, con il simbolismo provato della frontalità c della simmetria rigide; mentre gli apostoli relegati in una fascia di gran lunga più stretta non sono - come nel loro concepimento rinascimentale e manierista ­testimoni di un miracolo, eccitati, estatici, pateticamente gesticolanti, ma uomini pii in preghiera dinanzi a un'immagine sacra che garbatamente porgono testimonianza della loro fede. Vediamo visi di apostoli dipinti con un naturalismo da ritratto - la forza del Ligozzi è fin dagli inizi lo spirito di osservazione e la resa minuziosa e impassibilmen­te obiettiva della realtà osservata - ma in effetti su nessuno di essi leggiamo sentimenti intensi e nel gruppo affollato di coloro che stanno intorno al sepolcro non c'è spazio nemmeno per gesti ampi. Nello spazio del quadro Maria e gli apostoli sono più vicini del solito, eppure la linea divisoria tra di loro è più che evidente. Qui è il cielo e qui è la terra: il maestro che adempie interamente le esigenze del Paleotti illustra inequivocabilmente il contenuto dogmatico della scena. È per tale motivo che la com­posizione del Ligozzi - illustrando quasi la sconfitta provvisoria délie tendenze autonomistiche delfarte pittorica - si colloca alla più grande distanza immaginabile sia dalla interpretazione classico-rinascimentale di Tiziano sia dalle raffigurazioni ba­rocche dell'Assunzione di Annibale Carracci, per giunta grosso modo contemporanee. Naturalmente - oltre alla costellazione storica - è anche una questione di costituzione se un artista è capace volontariamente, senza conflitti, di mettersi al servizio di una qualche ideológia e nascondersi dietro la maschera dell'impersonalità. Per esempio, Jacopo Chimenti da Empoli, di alcuni anni più giovane, era improntato di ideali pitto­rici molto più determinati di quanto sarebbe stato possibile per lui prendere la via del Ligozzi, mentre l'ancor più giovane Cigoli dipinge nel 1597 il Martirio di Santo Stefa­no, la prima manifestazione fiorentina delf «innografia barocca» più probabilmente prima che dopo EAssunzione budapestina. 14 Confrontando il quadro in questione con un'altra composizione del Cigoli, 1'Allegória della Carità, che decora una délie sale di Palazzo Pitti (fig. 69), 1? anche l'affinità dei motivi ci aiuta a veder meglio cosa di diverso o di più farte barocca - che va costituendosi nel centro toscano - puô produire rispetto al Ligozzi, nell'espressione dei sentimenti, nella raffigurazione sensitiva, nella vitalità, nel modo di rivolgersi alio spettatore. Per finire, i fattori ben visibili dello stile confermano la teória di Mina Bacci che - riconoscendo naturalmente l'accettazione di vari influssi - pone l'accento sull'indipendenza del Ligozzi, sul suo isolamento nel­l'ambiente fiorentino. 16 Per quanto mi riguarda, a confermare le ragioni della Bacci, è il fatto che fuori Firenze troviamo più facilmente paralleli alio spirito controriformista e marcatamente puritano di taie Assunzione che non dentro. Penso, per esempio, al­lTmmacolata del romano Giuseppe Cesari eseguita in più repliche su commissione gesuita o alla sua Incoronazione della Vergine della cappella Glorieri di Santa Maria in 14 Gregori, op. cit. (n. 12) 24: «Il Martirio di Santo Stefano eseguito dal Cigoli nel 1597, nella fusione delle due sfere del soprannaturale e del terreno è il primo esempio di innografia barocca». 15 Cfr. Faranda, Ludovico Cardi detto il Cigoli, Roma 1986, 159, 160; Ludovieo Cigoli, 1559-1613, 1992, catalogo a cura di M. Chiarini, S. Padovani, A. Tartuferi, Firenze 1992, 110-111. 16 Bacci. op. cit. (n. 8) 51-54. 65.

Next

/
Thumbnails
Contents