Folia archeologica 3-4.
Szabó Kálmán: Ásatási segédeszközök
324 BIBLIOGRAPHIA secondario dei sarcofagi della passione sono i pezzi con le scene di Gesù Cristo—SS. Pietro e Paolo. Nella rappresentazione centrale apparisce il Cristo trionfante sulla morte. Resta qualche volta il simbolo della croce invitta; maè una nuova rappresentazione Gesù Cristo levante in alto il labaro e il Cristo in trono nel giardino del Paradiso. Nella lotta trionfante con la morte stanno accanto a Gesù, come propugnatori, San Pietro e San Paolo. Il loro martirio viene talmente nella composizione. Il sarcofago con la scena dei SS. Pietrq e Paolo è opera tipica dell'Urbe Roma, e giunge di qua anche nella Gallia. L'officina si vale, nella composizione, anche della simbolica della passione presa dall'antico testamento (Giobbe, Abele). Le scene di San Paolo vengono sostituite dalle scene prese dal martirio di San Pietro; questo è il terzo gruppo secondario. Si trasforma anche la rappresentazione centrale, cioè la scena della «traditio legis» (la consegna della legge). Essa non ci presenta più il Cristo vincitore nella lotta ma il maestoso Pantocratore. Il Gerke stabilisce al tempo di tre generazioni la storia dello sviluppo dei sarcofagi della passione, sino dalla fine del regno di Costantino, fino all'inizio del regno di Teodosio II. Oltre allo specificamento tipografico, mette in un riassunto cronologico lo svolgimento dei sarcofagi. Fra i sarcofagi clipeati appariscono intorno al 330 le rappresentazioni prese dalla passione di Gesù Cristo. Intorno al 340 fu scolpito il sarcofago di Gesù Cristo, no. 171, del Museo Laterano, che è un vero rappresentante di questo gruppo. Dieci anni dopo nasce il gruppo dei sarcofagi dei SS. Pietro e Paolo; esso si divide poi in due parti; l'una è il gruppo romano che combina la simbolica dell'Antico Testamento con le scene della passione. L'altro gruppo più giovane, quello gallico, passa all'età teodosiana e preferisce nelle rappresentazioni la figura di San Pietro. Si forma similmente intorno al 350 il gruppo di Gesù Cristo: — SS. Pietro e Paolo, e di esso si sviluppa, alla fine del IV. secolo, il ciclo di Gesù Cristo —San Pietro,. Le ricerche iconografiche corrispondono allo sviluppo. Il processo dello svolgimento trapassa al cosidetto stile bello. Le opere tipiche dello stile bello pongono i loro sigilli ai sarcofagi della passione. Le teste dei SS. Pietro e Paolo nascono in quell'età, con siffatte caratteristiche da irrigidirsi quasi in regole nei tempi seguenti. E la testa di Gesù Cristo che subisce in ispecie grandi cambiamenti nel corso dello sviluppo, cominciando dal volto del «Cristus puer», fino al volto severo e un po'rigido di Gesù Cristo. L'autore ci presenta le figurazioni simboliche dei centri dei sarcofagi con uno sfondo concernente la storia della civilizzazione. Attraverso alle singoli rappresentazioni riceviamo un processo di sviluppo che conduce dal Cristo combattente al Pantocratore. Come appendice dell'articolo tratta delle rappresentazioni degli apostoli che rendono omaggio davanti alla «crux invicta». Egli dimostra per mezzo di questi sarcofagi che il «signum», preso dalla simbolica cesarea, diventa il centro dell'omaggio. Alla fine del processo questo «signum» termina ad esser un ornamento. Nell'ultimo capitolo il Gerke si occupa del sarcofago trovato a Servanne (fig. 70—71). La parte inferiore del sarcofago ornato di rilievi a due zone, presenta otto scene della passione di Gesù Cristo. Le rappresentazioni differiscono essenzialmente dalle scene sopradescritte. L'autore dimostra, di fronte alle datazioni finora fatte, la tarda origine del sarcofago di Servanne e che questo pezzo sta alla fine dello sviluppo. La serie di scene del sarcofago custodito a Servanne non si è formata originariamente nella plastica, ma nei cicli dei mosaici e delle miniature. Ma essa esisteva già nella metà del IV. secolo, indipendentemente dalle scene soprattrattate dei sarcofagi della passione. L'intero ciclo, che è rappresentato dal sarcofago trovato a Servanne, trapassa, nel V. secolo, nella plastica dei sarcofagi, e così il sarcofago nato nella Gallia è l'ultimo germoglio di un indirizzo artistico. Zoltán Oroszlán, STATUETTE DI ARTISI DALLA RACCOLTA DELLE TERRACOTTE ANTICHE NEL MUSEO DELLE BELLE ARTI, Archaeologiai Értesítő 1939, pp. 84—100, fig. 81—93. I personaggi comici comici favoriti delle commedie attiche e di quelle dell'Italia meridionale vennero modellati nelle officine di terracotte per l'uso del pubblico. Conosciamo dei personaggi stereotipi dalle commedie. Sono piuttosto i loro costumi che danno loro una certa varietà. Dalla ricca raccolta di terracotte del Museo delle Bellie Arti l'autore ci presenta tredici pezzi. Sono interessanti soprattutto le figure di un retore (fig. 89) e quella di un contadino che vuol andar al mercato (fig. 91). La piccola statuetta, sotto di cui maschera ci grigna in faccia una scimmia (fig. 92) deriva da Egitto. Anche dalle rare negative ci presenta una. András Alföldi, EPIGRAPHICA IL, Archaeologiai Értesítő 1939, pp. 101 — 113. fig. 94—102. È rinvenuta dai fondi della Basilica di Székesfehérvár un'ara votiva con iscrizione (fig. 94). I due defunti sono caduti in un «expeditio gotica». Essa è un raro monumento epigrafico della guerra gotica danubiana della metà del III. secolo dopo Cristo. È probabile che la pietra sepolcrale che menziona i soldati della «legio II adiutrix», fosse capitato nel medioevo da Aquincum a Székesfehérvár. La nouva complementazione du'n'ara proveniente da Fondi (CILX 6225). L. Tampio Flaviano fu governatore consolare della Pannónia nel tempo di Nerone; il frammento del suo elogio ci è rimasto nell'iscrizione. L'autore corregge la restituzione del Mommsen. La sua restituzione presta, di fronte a quella del Mommsen, un significato all'elogio: ...a Transdanuvianis acceptis limitibus omnibus exploratis( ? ) hostibus ad vedi galla praestanda adactis . . ., uno, dunque, dei grandi fatti del governatore consolare, cioè di aver colonizzato nella Pannónia dei barbari dall'altra riva del Danubio. Ci sono note simili colonizzazioni nella Moesia. Siffatte colonizzazioni dall'oltreconfine avevano avuto luogo per tutto il tempo romano. Si riuscì a spiegare, con l'aiuto di una buona fotografia, le parole raschiate (CIL III 10596) dell' iscrizione degli imperatori Valentiniano e Valente, trovata ad Esztergom. Qui non si tratta di un «damnatio memoriae», ma del fatto che lo scarpellino ebbe sbagliato nell'incisone dell'iscrizione. Aveva inciso nella lapide titoli troppo alti per il dux della Valeria (vir clarissimus, comes ordinis primi), e bisognava cancellarli.